Radio Alter on The Road

Intervista al Professor Giovanni Giuriati: etnomusicologo

Radio Alter on the Road Communications ha voluto incontrare il Professore Giovanni Giuriati, etnomusicologo di fama internazionale perché parlare di musica dal punto di vista delle scienze umane e in modo scientifico ci permette di potere vedere e capire i mondi sonori e la musica e tutto ciò che la circonda anche da altri aspetti e punti di vista.

 

Professore in tempi in cui le emigrazioni forti di questa umanità in un mondo sempre più globalizzato, dove tutto sembra viaggiare in tempo reale, quali possono essere le prospettive del mondo sonoro attuale, e dell’etnomusicologia in questo campo di studio?

Questa è una domanda molto impegnativa, il problema è che oggi queste prospettive cambiano rapidissimamente, quindi anche noi studiosi che andiamo dietro a tutte queste emigrazioni, a questi cambiamenti, dobbiamo tenerci al passo con le cose che cambiano evitando nostalgie, evitando stereotipi, e categorie del passato cercando di capire come oggi la musica si trasforma, cambia, e però anche del fatto che tutti ancora fanno musica. La fanno magari in un modo diverso, in modo molto più ibrido e “contaminato”, ma ciascuno mantenendo sempre il proprio carattere, la propria specificità. Credo sia importante ragionare proprio su questo.

La studiosa Serena Facci, illustre etnomusicologa, ha fatto presente, in un suo scritto ce le neuro scienze , in particolare appellandosi agli studi sui “neuroni specchio”, e tantissimi altri studi che sono stati portati avanti sulla musica, come Alfred Tomatis, medico scienziato e otorinolaringoiatra, nell’ambito sia delle neuro scienze che mediche inerenti all’apparato uditivo e fonatorio, possano dare nuovi sviluppo all’etnomusicologia, sia a livello comportamentale per lo studio scientifico umano, che nell’ambito del mondo sonoro e dell’apprendimento della memoria. Ritiene che l’etnomusicologia possa avvicinarsi a questo tipo di scienze, come anche la genetica?

Anche questo è un qualcosa del quale noi etnomusicologi stiamo discutendo. Effettivamente con l’avvento delle neuro scienze, e che le neuro scienze si occupino di musica, ha portato nuova linfa ad un dibattito che si era un poco affievolito e si che si era un poco attenuato, quello sulla musicalità umana ed anche sull’idea di qualcosa di comune al genere umano che porta un po’ tutti, ciascuno con la sua specificità a fare musica. Quindi è sicuramente un campo molto fertile, un campo molto fecondo e credo anche che sia importante che gli etnomusicologi partecipino a questa ricerca e questo dibattito, proprio perché spesso il modello occidentale, di cultura occidentale, è implicitamente assunto da tanti psicologi, neuro scienziati, mentre noi siamo coloro che siamo ben consapevoli che ci sono sì aspetti comuni che stanno proprio a livello di processi cognitivi , ma anche che c’è un’enorme diversità e quindi di non dare per scontate categorie del mondo occidentale come universali.

Carl Sagan con il Voyager Golden Record nel 1977 con la NASA lanciarono il famoso disco d’oro con tante incisioni particolari , dove David Bowie ne riprende l’immagine nel suo ultimo disco “ Black Star”. Con questo disco d’oro, e questi nostri rumori e registrazioni sonore , non è che gli alieni si “tapperanno le orecchie”?

Quello non credo proprio. Sempre che ce le abbiano le orecchie.

Un suo sogno nell’ambito scientifico per l’etnomusicologia attuale?

Un sogno sarebbe quello che effettivamente questa disciplina possa contribuire …forse oggi il sogno più grande che questa disciplina possa contribuire al dialogo, alla comprensione reciproca in un mondo che sembra andare tutto da un’altra parte. Forse attraverso i suoni e la musica questo potrebbe essere uno scopo da raggiungere.

 

A cura di Antonio Piludu e Paula Pitzalis