Radio Alter on the Road

Incontro con Jean Paul Rességuier, inventore della "Piccola Ginnastica"

Jean Paul Rességuier
Continuano gli appuntamenti con le interviste di Paula Pitzalis e Antonio Piludu

Cagliari, 27 agosto 2017 - Radio Alter on the Road Communications ha avuto il piacere di intervistare Jean Paul Rességuier, inventore del metodo Rességuier, un sistema di esercizi atti a stimolare il tono dell'organismo e particolarmente degli organi interni, incidendo fortemente sulla respirazione e sulla circolazione.

Esercizi basati in parte su concetti della Medicina Tradizionale Cinese.

Una delle tecniche lavora con movimenti interni, con spostamenti di pressioni su asse centrale , solo in parte assimilabili con movimenti respiratori.

Rességuier ha chiamato questa disciplina “Piccola ginnastica” per via del poco movimento che essa prevede, ma che in realtà sono molto impegnativi ed efficaci.

 

Tu hai parlato di questa nuova percezione con il metodo Rességuier e ti sei riallacciato anche ai filosofi degli anni settanta che con le loro analisi hanno generato una rivoluzione nel cambiamento del pensiero . Ma anche negli Stati Uniti d’America negli anni settanta vi fu un risveglio della percezione. Ricordiamo “The Doors of Percetion” di A. Huxley , di Hoffman, di tutta una generazione che poi si è “lanciata” sull’uso dell’LSD e che ha rivolto anche lo sguardo ed un contatto ad uno sciamanesimo con le sostanze psicotiche. Il metodo Rességuier , il tuo metodo ti ha riportato ala rivalutazione e ad “uno stato indigeno”. C’è una similarità tra la ricerca fatta negli anni settanta attraverso una forma di ricerca dell’uomo . A te cosa ti ha dato lo stare in Brasile?

Il Brasile? Una terra dove dal 1987 ho tenuto le mie prime conferenze. Con il Brasile vivo un’accessibilità ed immediatezza più diretta a questa dimensione dell’esperienza e del vissuto. Forse rispetto a qua in Europa ciò che ho trovato, anche negli ospedali ed anche nei posti più difficili, c’è comunque un’allegria, mi viene d a definirla così, anche quando nel cuore della tristezza c’è un gusto che si mostra. Vi è una vitalità anche nelle piccole cose. Un abbraccio “brasileiro” lo si percepisce immediatamente al cuore.

Non pensi che influenzi anche una cosmogonia indigena legata alla “madre terra” , rispetto alla nostra occidentale tipo la nostra, di cui parlava anche A. Huxley, di questo “mondo nuovo” che invece mondo nuovo non è

Forse questo mix di culture che produce il Brasile, certo la presenza indigena è fondamentale, ma credo che sia questo mix di culture, questo mix razziale che fa il Brasile, che incorpora tutto. Il brasiliano ha dentro di sé tutto questa mescolanza di culture, tutto questo mix e dunque un’apertura abbastanza naturale a questa intersoggettività d cui io tratto nei miei metodi.

Credi che l’occidente con la sua cultura individualista che educa all’immagine, al cellulare, alla televisione, al computer, isola l’individuo in “macchinario” anche artificiale, oggi la si può definire una distruzione dell’uomo? Lo si può definire un autismo sociale?

Il brasiliano ha anche questo ma vive anche con un contra peso forte per capire meno da dentro, ma ci cade. Hanno anche loro tutti i nostri vizi e siamo uguali in fondo in tutto. Comunque ciò di cui ti parlo è quello che percepisce la mia anima, e questo lo vedo attraverso una differenza che è percepita da me, e ti posso assicurare che quando arrivo in Brasile c’è un qualcosa che mi colpisce. Per esempio, uno si immagina il brasiliano esuberante, ma è un popolo che vive anche la sua “Saudaxi” , la sua nostalgia e malinconia. Non esiste solo il carnevale c’è anche una dolcezza e soavità malinconica e riservatezza e un suo pudore.

Cosa ti ha dato il Taoismo?

Il Taoismo mi ha dato molto. Il Taoismo è stato la mia costruzione. Tutto è avvenuto un poco per caso che la cultura cinese , sono le circostanze della mia vita che mi hanno portato lì. Mi ha portato una finezza delle descrizioni, l’acutezza nell’osservazione di tutte queste affettività e vitalità. Al di là di questo tutti i modelli di comprensione non fissi ma variabili, che mi aiutano personalmente e nella mia professione e non solo in quello che sta diventando questa metodologia, ma anche nel mio vivere.

Una domanda in relazione alla comunicazione. Tu affermi che l’arte è un linguaggio. L’uomo crea sempre tanti linguaggi, però in questa “Babilonia” comunica sempre meno. Che cosa è il linguaggio? Perché l’uomo ha la necessità di comunicare?

È una comunione. Molto concretamente con quello che abbiamo vissuto oggi, ci sono stati due cantanti, e tra i due nel primo c’era molta più comunicazione che comunione, mentre nel secondo più comunione. È questo che mi anima molto, attuare con musicisti e con attori di rianimare questo sottofondo della comunicazione che è alla base della comunicazione che si appoggia e si sviluppa nella comunione con le persone con le quali comunichiamo. La caratteristica del nostro occidente attuale è questa, che si impara a comunicare e non si stare in comunione.

L’arte, le Arti, potranno salvare l’uomo?

Si! Ne sono sicuro. Le arti , utilizzando le parole di Gilles Deleuze fanno questi punti di territorializzazione che svelano, che sollevano il cappello, che ci fa dire: “Wao”, “ci sono”, “Waooo la vita ha un’altra dimensione”. Sì assolutamente.

a cura di ANTONIO PILUDU E PAULA PITZALIS