Radio Alter on the road

Tony Esposito e l'amore per l'arte, dalla musica alla pittura: progetti e sogni

Tony Esposito durante il live
Tony Esposito incarna l’artista alla ricerca perenne dei molteplici linguaggi che veicolano la comunicazione, l’espressione che pongono in essere l’essenza dell’essere. L’artista attraverso la molteplicità sia dell’elemento percussivo, delle frequenze che muovono il nostro sentire l’umanità, ha voluto nelle sue ricerche far emergere, incluso attraverso le frequenze dei colori, quei dialoghi che trasmettono la reciprocità del sentire non solo l’altro ma anche sé stessi

Tutti conoscono la carriera da musicista di Tony Esposito, grande percussionista, autore di grandi canzoni di successo come “Kalimba de Luna” , “Papa chico” e “As tu As” e inventore di uno strumento, il Tamborder.

Numerose le collaborazioni con quasi tutti i big della canzone italiana, partendo dal suo conterraneo Pino Daniele (di cui parlerà durante l'intervista), De Gregori, Dalla, Vecchioni, Edoardo Bennato per citarne alcuni.

In pochi però conoscono l'altro lato artistisco, la pittura. Tony Esposito tanto da essersi diplomato all'accademia delle belle arti.

Nell'articolo, abbiamo voluto inserire, oltre la chiacchierata che ha fatto la nostra Paula Pitzalis, le foto delle sue opere, presenti sul suo sito ufficiale.

Antonio Piludu

 

Radio Alter on The Road Communications ha incontrato Tony Esposito alla Marinella di Quartu Sant’Elena con il suo attuale combo, Lino Pariota alle tastiere, Claudio Romano alla batteria e Giorgia Marruoco cantante, con special guests , Sergio Piras, voce e chitarra e Rossella Camellina al violino. Abbiamo voluto conversare con il grande percussionista, parola che restringe il campo artistico di Tony Esposito. Pittore, stilista, paroliere e compositore, Tony Esposito incarna l’artista alla ricerca perenne dei molteplici linguaggi che veicolano la comunicazione, l’espressione che pongono in essere l’essenza dell’essere. L’artista attraverso la molteplicità sia dell’elemento percussivo, delle frequenze che muovono il nostro sentire l’umanità, ha voluto nelle sue ricerche far emergere, incluso attraverso le frequenze dei colori, quei dialoghi che trasmettono la reciprocità del sentire non solo l’altro ma anche sé stessi. È la costante dell’equazione comunicativa, è l’equilibrio del comprendersi tra emittente e destinatario attraverso le frequenze che confermano l’esserci, l’esistere. Tony Esposito utilizza tutta la gamma dei colori, sia sonori che visivi e traverso i due linguaggi e ne unifica le comunicazioni. L’azzurro opposto al rosso, suo antagonista è l’espressione della frequenza bassa opposta ad un’altra, e così via in tutti i suoi ritmi, e frequenze. La sua musica è un ventaglio di sonorità colorate. È la continua ricerca dell’ordine nel disordine, è l’amalgama dell’esistenza della natura che riporta l’armonia attraverso le proprie leggi nell’esistenza umana e della sua Napoli, identità della memoria dell’artista e rappresentazione sonora e ventaglio multiple non solo di colori ma anche dei “rumori”. John Cage , compositore alla perenne ricerca degli strumenti della comunicazione, anche del disordine , e del rumore ne fa elemento intrinseco della comunicazione perché facenti parte, apparentemente nel nostro percepire, della nostra esistenza. L’equilibrio si fa realtà nel suo antagonista il disordine, ed il linguaggio si organizza nei suoni, nelle pause, nei ritmi percussivi, nei colori, nei contrasti, nell’uno e nel tutto, perché tutti siamo parte di un essenza cosmica in divenire.

 

 

Tony Esposito, possiamo affermare, il percussionista italiano per eccellenza. Tony attualmente si sta vivendo nell’ambito della musica un momento particolare dove è chiaro che l’elemento percussivo è la base della musica misurata, ma è anche vero che con l’elettronica abbiamo dilatato dei tempi, cioè il tempo della musica misura si dilata come sonorità o a volte è anche fin troppo misurata. Come vivi tu da percussionista questa dicotomia?

L’avvento del computer, e in parte è vero, ha reso meno organico il valore strumentale della musica, perché in qualche modo si è un poco sostituita agli strumenti, la realtà virtuale del computer, e credo che questo in parte abbia creato un danno a quello che è l’anima della musica suonata; d’altro canto devo dire che quelle cose, per un loro andamento naturale,ci sono poi sempre poi degli esempi di valore anche nelle cose che sembrano alienanti, nel senso che però poi allo stesso modo il computer ha dettato un linguaggio interessante che è stato poi ripreso dagli strumenti stessi suonati. Diciamo che c’è sempre uno scambio dove c’è creatività e fermento. Io oggi parlerei più di crisi dello strumento. Tu hai usato prima una parola che fino a poco tempo fa ai più era sconosciuta , ed era il “percussionista”. Il percussionista è però colui che guida, colui che ha i ritmi, che ha il binario su cui scorrono le melodie, su cui scorrono gli accordi. La percussione è l’anima e non solo è l’anima della musica, perché la percussione è un poco l’anima della nostra vita, lo scandire la nostra vita.

D’altro canto il nostro cuore batte ritmicamente con pulsazioni costanti

Il nostro cuore è uno strumento a percussione. È un tamburo che batte e ribatte. Per me all’inizio è stata una sfida in parte vinta perché quando ho iniziato a metà degli anni del 1970, nel mondo musicale dominavano i cantautori, c’era Lucio Dalla, Alan Sorrenti, i fratelli Bennato, Gino Paoli, Francesco Guccini, Francesco De Gregori, ce ne erano tanti e loro seguivano una strada già ben collaudata che quella del cantautore. Avevano una chitarra come supporto, al massimo un pianoforte e soprattutto la musica. Io ebbi l’intuizione ed anche l’ambizione di volere fare quello che è alla base di tutta la musica, il battito, la radice, l’elemento portante. Lo scandire delle cose. Tutti mi dissero, in qualche modo, che era la strada difficile, non credo che neanche oggi si potrebbe parlare di strada estremamente facile, però comunque le cose accadono ed il pubblico si è abituato alla percussione e al ritmo . Poi vi è stata l’epoca della discoteca che ha portato avanti il discorso ritmico e ci si è nutriti dell’elemento percussivo da quegli anni in poi. Possiamo dire che con l’avvento della discoteca si è portato avanti il concetto di ritmo, anche serrato e forte.

In un’intervista che feci al grande batterista Horacio El Negro Hernández, mi disse che uno dei suoi sogni sarebbe ritornare all’elemento percussivo, nel senso che, la batteria è l’assembramento di tutti gli elementi percussivi

Si, ne è la sintesi

E questo suo sogno sarebbe tante batterie quanto ogni batteria riprenda nel suonare ogni singolo elemento percussivo . Sarebbe fattibile oggi invertire il tutto, cento batterie su un palcoscenico solo per realizzare un sogno alla Horacio El Negro Hernández?

Ricordiamo che Horacio El Negro Hernández oggi è uno dei più grandi batteristi del mondo latino. Ha una grande indipendenza e ha suonato con grandi artisti come Carlos Santana, e tanti altri. Lui ha vissuto a Roma per altro, diversi anni, negli anni ottanta. L’idea degli esperimenti sono belli, come gli esperimenti della musica d’avanguardia. Tutti i grandi compositori ed anche i grandi musicisti in Italia si sono cimentati nella musica sperimentale. Basti ricordare il grande compositore John Cage che sperimentò le grandi pentole dove bolliva l’acqua di altezze diverse alla ricerca di nuove sonorità. E perché no? L’esperimento sulla musica è sempre benvenuto perché poi ti si aprono nuove prospettive. Parlando della batteria lo trovo un assembramento geniale e felice. Questa sintesi è successa in nord America quella di non avere troppi elementi sul palco. Allora qui è interessante la storia della batteria che si è evoluta e poi si è inserito anche un discorso, ad un certo punto, inverso, dove la batteria è stata la sintesi del non avere troppi musicisti. Vogliamo ripetere gli elementi? La gran cassa rappresenta la banda, il rullante la banda della banda, lo scandire dei tamburi di guerra, i Tom i tamburi che stanno sopra la gran cassa rappresentano l’Africa, e i tamburi africani, i piatti rappresentano tutto ciò che è metallico e lì ci sarebbe molto da dire. Il suono che nasce dallo strumento metallico è come il suono primordiale che proviene dall’Africa. È un suono di un tubo metallico tagliato che scandisce e copre la gamma dei suoni, suono alto metallico, suono basso e suono medio e poi attorno a questo strumento si è costruita la tecnica. Con l’evoluzione di questo strumento è successo che come stesse tornando di nuovo a dileguarsi perché i batteristi di oggi sono attorniati da tanti tamburi e tanti piatti e secondo me questa è un’involuzione della sintesi in qualche modo perché la sintesi è proprio quella di contenere pochi elementi. Però ritornando al concetto di suono anche un orecchio non abituato a musiche “difficili” , definiamolo un orecchio più popolare, diciamo di un orecchio che non abbia mai battuto il piede quando ascolta una canzone, un orecchio alla base, ci sarebbe tanto da raccontare … ma io vorrei soltanto aggiungere una cosa, noi dobbiamo considerare la musica tutta nella sua egemonia che per ragioni di mercato il pubblico è abituato a vedere il cantante come elemento massimo, e dietro, tutto ciò che lo accompagna. Ma dietro ogni strumento ha la sua voce e percorso. Ci sono alcuni paesi che questo lo sanno e lo fanno meglio e bene. Noi non lo facciamo benissimo.

Una volta in un’intervista a Giovanni Hidalgo e Luisito Quintero conversando sul come loro avevano tratto l’elemento della loro identità culturale percussiva, nascendo chi a Puertorico e chi in Venezuela, appresero ciò nell’ambito proprio familiare. Cioè attraverso una tradizione del suonare in famiglia, la tradizione del suonare in famiglia. Tony Esposito invece?

Io non ho questa tradizione, però la mia grande famiglia è stata Napoli. Vengo da una grande tradizione ma non all’interno di una famiglia, ma all’interno di una famiglia allargata perché io sono nato in una zona popolare di Napoli, in suono “pazzariello”di una volta, oggi è una sonorità rara, dove arrivavano i suoni dei tamburi dell’imbonitore, di questo personaggio simile a Totò, che tutti possono ricordare, dove vendeva e raccontava determinate cose al suono di un tamburo, allo scandire del suono di un tamburo. Per cui sono abituato a questo suono di questa Napoli o forse è stato proprio oppure l’ incessante suono dei tamburi delle processioni. Questi tamburi che vengono suonati dove si porta in giro il peso delle statue sacre. E sono sempre tamburi, così come nelle culture del sud, nella tarantella, dove è il tamburo che crea la traccia, e la medicina del corpo e della mente è il tamburo.

Un tuo ricordo legato a questa tua Napoli che ogni volta che lo fai emergere ti emoziona

Napoli è la città più disordinata che io abbia mai conosciuto, ma in questo suo grande e totale disordine io ci vedo un assetto nel quale io ci vedo un suo equilibrio. Napoli è l’equilibrio del disordine. C’è un disordine di culture, di dominazioni, di stili, di musica, di tante cose. Io sono abituato a questo caos e mi ci ritrovo ancora nel caos. Questo per me è un caos così piacevole, dove a volte mi sembra di ritrovare un senso di pace, proprio perché nel caos ci sono tutti gli elementi a disposizione.

Il tuo collega Edoardo Bennato aveva disegnato nella copertina di un suo disco “Io che non sono l’imperatore” un piano regolatore ferroviario di Napoli della sua Tesi.

Con Edoardo Bennato ci conosciamo fin da ragazzini e abbiamo lavorato tantissimo insieme, così come con Alan Sorrenti e qui voglio ricordare una delle più care collaborazioni che ho avuto è con il grande Pino Daniele. Pino sicuramente è da annoverare tra i grandi poeti di questo secolo. La sua statura poetica è immensa.

Ti manca?

Moltissimo. Mi manca molto perché era un personaggio talmente enigmatico. Al di fuori della scena era una persona molto naif. Era un uomo estremamente semplice.

Come tutti i più grandi. Si è semplici.

Il passaggio dal comune e stare in giro per il mondo su un palco Pino diventava estremamente divino. Sul palco trasmetteva e creava una grande forza comunicativa tanto è vero che Pino è stato amato ed è amato da grandi personaggi in tutto il mondo. Io Pino non lo annovero tra i cantautori. Pino per me è qualcosa a parte. Un geniale poeta.

Concordo. Un’ultima domanda, un sogno di Tony Esposito o un progetto che vorresti realizzare

Io un sogno nel cassetto ce l’ho!

Manu Chao mi dice sempre “Los sueños hay que compartirlos”. (I sogni bisogna condividerli).

Esatto! Le grandi realizzazioni sono partite dai sogni che sembravano impossibili. Il mio sogno è quello di ritornare ad una ritualità, alla conoscenza di una musica maggiormente terapeutica, cioè la musica ha un potere immenso e noi ci limitiamo ad usarla al minimo come il nostro cervello del quale ne usiamo in percentuale pochissimo. Io da musicista affermo che della musica ne usiamo solo il 20% di questa immensa possibilità. Non ci dimentichiamo che è il grande strumento di adesione e fratellanza e connessione, una parola che significa tante cose, che va oltre la comunicabilità e noi questo ce lo abbiamo con la musica. Questo è un sogno che non ho mai dimenticato. Questa omologazione dovuta dal mercato ha ridotto al minimo la musica.

 

La vita è un viaggio fantastico, va vissuta giorno dopo giorno sapendo cogliere anche le più piccole sfumature. Il resto sono solo supposizioni. Quello che è certo è ciò che è certo, ma non smettere di cercare … Musicisti, soldati di pace.” (Tony Esposito).

 

A cura di Paula Pitzalis e Antonio Piludu

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