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Conversando con Bianca Pitzorno

Bianca Pitzorno
Scrittrice di grande livello, dimostrato anche con la candidatura alla finale del prestigioso premio internazionale Hans Christian Andersen Award, conferito dall'IBBY - International Board on Books for Young People - e considerato il premio Nobel della letteratura per l'infanzia.

Abbiamo incontrato Bianca Pitzorno per la presentazione del suo libro “La vita sessuale dei nostri antenati (spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi)”.

 

Bianca Pitzorno, sassarese di nascita, si laurea in lettere classiche all'Università di Cagliari e realizza la maggior parte della sua carriera negli studi RAI di Milano.

Autrice di tantissimi programmi per ragazzi, quali L'albero azzurro, Chissà chi lo sa?, il Dirodorlando, oppure programmi culturali come Sapere e Tuttolibri.

Scrittrice di grande livello, dimostrato anche con la candidatura alla finale del prestigioso premio internazionale Hans Christian Andersen Award, conferito dall'IBBY - International Board on Books for Young People - e considerato il premio Nobel della letteratura per l'infanzia.

 

Ancora una volta nella sua Sardegna. Questa sua Sardegna la porta a pensare a queste donne sarde come una Grazia Deledda, una Maria Carta, che hanno sempre dovuto sfondare un muro per potere portare fuori dai confini questa madre terra sarda e questa Sardegna verso il continente, fuori dai confini , sempre queste donne , intellettuali, forti, come d’altronde lo è anche lei.

Ma secondo me non è tanto una intenzionalità. Per quello che io so di Grazia Deledda, Grazia Deledda era un’ansiosa di vivere il mondo e di vedere il mondo. Poi si è portata dietro la Sardegna perché lei era sarda, e quello aveva. Però, in realtà, prima di tutto era lei che voleva godere il mondo. Maria Carta era una bambina che cantava nelle feste di paese a Siligo e poi ha incontrato, chiamiamolo un mecenate, no ma neanche di quelli che ti fanno crescere ma lei era già cresciuta. Fu portata a Roma all’Accademia di Santa Cecilia perché, come dire, lei era,analfabeta del linguaggio scritto musicale perché come cantante e musicista era un’autodidatta e questa persona le ha fatto studiare musicale poi lei quello aveva dentro e quello ha dato fuori. Io forse sono più … ma anche perché sono passati molti anni dopo, io sono di una generazione dopo, io forse sono più internazionalista già dall’origine. Quando io sono andata via dalla Sardegna che ero già laureata, ma io avevo già viaggiato e il mondo già lo conoscevo e volevo andare via dalla Sardegna, volevo conoscere il mondo. Poi naturalmente essendomi io nata formata qua, il liceo e l’università fatti qua, me la sono portata dietro. Però non è che io dicevo all’inizio voglio portare la Sardegna aldilà del mare, voglio andarci io aldilà del mare e godermi il grande mondo. Perché inevitabilmente un’isola fa sentire i suoi confini.

Bianca in questo suo ultimo affronta libro la vita sessuale dei nostri antenati. Però ritornare alla genesi significa anche ritornare alla creazione. Scrivere questo libro l’ha portata a domandarsi anche su un qualcosa che sta aldilà della sessualità materiale. Cioè il senso della vita che i nostri antenati potevano vivere.

Mah non tanto quello sinceramente ma quello quanto invece a quel legame che noi abbiamo con i morti. I morti non sono mai morti veramente se noi li ricordiamo. Io narrativamente ho trovato l’espediente del diario che parla e che colloquia con i due nipoti dicendo “non fare la sfacciata”, “non hai diritto di leggere le mie cose private”, però io credo, tutto sommato, io sono arrivata a tarda età, a pensare che non solo io posso cercare di ricostruire mia nonna, mia bisnonna, e in qualche modo parlare con loro, ma che forse loro allora pensavano che un giorno ci sarei stata io, e che forse oggi, chissà dove sono e come sono, ecc. mi guardano e che il colloquio non si interrompe perché uno muore. Bene o male, d’accordo o non d’accordo, con rotture con fuga dalla Sardegna, con rinnegamento della famiglia e via dicendo, però questo legame di sangue rimane. Noi veniamo da loro e loro sanno che buttavano un seme in avanti. Che qualcuno sarebbe venuto. Non sapevano chi era. Io so chi erano loro più o meno. Loro non sapevano chi sarei stata io, però sapevano che qualcuno ci sarebbe stato. Quindi è rimasto questo legame.

Lei ha scritto un bellissimo libro su un’artista poco riconosciuta dalla critica e discografia italiana, Giuni Russo. Un grande interprete e …

Una grande creatrice …

Si che con Maria Antonietta Sisini hanno creato delle perle nella storia della musica italiana e non solo alta filosofia con Santa Teresa de Ávila. Come è stato lavorare su di una grande voce e una paroliera di altri tempi, nel senso di quando si lavorava nel senso che la canzone doveva trasmettere?

Devo dire che per me è stato molto semplice perché io ero di Giuni Russo da tanti anni, dapprima che lei si ammalasse ed era una donna simpatica con cui si rideva, con questa intensità drammatica. Io sono stata anche molto amica di Maria Carta, ed è curioso che nella mia vita ci sia questo, ed anche Maria era una donna con la quale la maggior parte del tempo ridevamo. Lei era così drammatica fuori mentre invece nella vita quotidiana era così affettuosa e semplice, una donna col gran senso dell’ironia e una donna alla quale piaceva stare in compagnia e in allegria. Anche Giuni. Giuni forse un poco più maliziosa nella sua ironia. Un po’ più … non saprei come definirla … Maria era più antica mentre Giuni era una donna moderna. Un giorno Giuni mi disse che se qualcuno volesse scrivere la mia biografia un giorno vorrei che lo facessi tu. Sapeva di avere una malattia che non perdonava e non sapeva quanto tempo le restava, ma sapeva che era poco, e in qualche modo mi ha raccontato le sue memorie. In parte la vita di Giuni Russo è ingiustamente una biografia. Io non ho fatto le ricerche come per Eleonora D’Arborea. Io non sono andata a sentire le altre voci. Io mi sono fatta voce di Giuni ed ho raccontato quello che lei voleva che si raccontasse di sé. Magari qualcuno dice” ma guarda queste storie sono inesatte”… ma non me ne importa. Lei le viveva così. Lei se le ricordava così. Lei le voleva raccontare così e così le ho raccontate.

Un sogno di Bianca Pitzorno? Manu Chao dice “los sueños hay que compartirlos”.

Mi sueño es tener los huesos como eran hace unos años cuando era más joven. ( Il mio sogno e avere le ossa come anni fa quando ero più giovane). Purtroppo io sono molto limitata nella mia vita dai reumatismi, per dirla volgarmente.

E anche di potere rivedere questa “Grecia” che lei tanto ama?

Beh quello non solo per la Grecia ma anche tanti altri paesi del mondo. Un altro paese del mio gran cuore è Cuba e anche su Cuba ho tante preoccupazioni. Tante più oggi che ha fatto pace con gli americani. Comunque il mio sogno mantenermi giovane che è molto banale ma a questa età abbiamo tutti. La vecchiaia è una brutta compagnia.

a cura di ANTONIO PILUDU e PAULA PITZALIS

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